Politica industriale 2.0

Oggi gli industriali incontrano il governo sull’agenda per la crescita e la produttività, la settimana prossima toccherà ai sindacati. Quel che sorprende è che le parti sociali, prim’ancora di sedere al tavolo bilaterale (e per fortuna non più triangolare), abbiano dovuto già sentirsi dire i primi “no” dall’esecutivo: no a incentivi fiscali a pioggia, no tantomeno a sussidi industriali vecchia maniera, no a passi indietro sulla riforma del lavoro e no a detassazioni spot sulle tredicesime. La politica industriale il governo Monti preferisce infatti farla in Europa, e non a torto. Leggi E’ vero, c’è crisi, ma l’autunno che ci aspetta non sarà affatto caldo di Ritanna Armeni - Leggi Monti e Hollande: nessun dubbio sull’Eurozona per ripristinare la fiducia
10 AGO 20
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Oggi gli industriali incontrano il governo sull’agenda per la crescita e la produttività, la settimana prossima toccherà ai sindacati. Quel che sorprende è che le parti sociali, prim’ancora di sedere al tavolo bilaterale (e per fortuna non più triangolare), abbiano dovuto già sentirsi dire i primi “no” dall’esecutivo: no a incentivi fiscali a pioggia, no tantomeno a sussidi industriali vecchia maniera, no a passi indietro sulla riforma del lavoro e no a detassazioni spot sulle tredicesime. La politica industriale il governo Monti preferisce infatti farla in Europa, e non a torto. Una moneta unica senza Banca centrale e/o autorità politica che garantisca per essa, infatti, continua naturalmente a intimorire gli investitori internazionali e a generare squilibri che non dipendono dai singoli governi. Inutile battersi per interessi particulari se poi l’effetto contagio della zona euro, come certificato ieri dalla Banca d’Italia, è il motivo principale dello spread tra Btp italiani e Bund tedeschi. Cosa c’entri questo con la politica industriale lo hanno spiegato ieri Wall Street Journal e Financial Times, analizzando alcuni dati forniti dalla Banca centrale europea.
Se lo spread “sistemico” sui titoli di stato persiste, infatti, resterà alto anche il costo dell’indebitamento per le imprese italiane. Fino al punto che in Europa il costo di un prestito è ormai questione di pura geografia più che di livello di rischio di un’intrapresa economica, ha scritto Richard Barley sul Wsj: “Più queste divergenze persisteranno, più le società del nord Europa avranno un vantaggio competitivo rispetto ai concorrenti del sud, rendendo più difficili gli sforzi per ridurre le disparità tra le nazioni della zona euro”. Si prendano la tedesca Deutsche Telekom, che per obbligazioni quinquennali paga un rendimento dell’1,3 per cento, e l’italiana Telecom Italia che deve offrire il 4,7 per cento. Il Financial Times pone l’attenzione sul tasso dei prestiti bancari alle aziende non finanziarie da uno a cinque anni fino a un milione di euro, finanziamenti di cui beneficiano soprattutto piccole e medie imprese. Il tasso di finanziamento in Spagna a luglio era del 6,5 per cento (il più alto dal 2008), in Italia del 6,2, mentre in Germania del 4 per cento e cioè il più basso dal 2003. Monti lo ha capito e fa bene a battersi per cambiare le cose in Europa. Quando decideranno le parti sociali di tornare al passo con i tempi?